
"«Guerra civile» se non cesserà «la persecuzione giudiziaria» contro Berlusconi. Avvertimento alla magistratura «eversiva» che indaga o processa il premier per far cadere il governo. Palazzo Chigi smentiva, ieri sera, le espressioni - da far tremare i polsi - attribuite al Presidente del Consiglio da chi partecipava all’Ufficio di presidenza del Pdl".
(Ninni Andriolo; Berlusconi all'assalto dei Pm: vogliono la guerra civile; L'Unità; 27/11/2009)
Le armi
Stando ai fatti, in realtà, è ben più di mezzo secolo che qui in Italia due opposti potentati si affrontano in quella che non è assolutamente errato definire “guerra civile”. Peculiarità di questo conflitto, ormai in questi ultimi mesi talmente esasperato da essere sotto gli occhi di tutti, è quella di svolgersi interamente a livello mediatico, spettacolare. Un tempo esclusivamente con i giornali e la radio, oggi anche con la televisione e internet, la vita o la morte di un personaggio pubblico venivano e sono tuttora decretate dalla sapiente diffusione (oppure dall’abolizione) di una o più notizie immonde che dovessero direttamente riguardarlo. I media vengono dunque usati come obici, come artiglieria pesante capace di colpire, molto spesso in modo “chirurgico” - specie quando si usano proiettili sedicenti “intelligenti”, i due vertici delle fazioni in guerra.
I soldati
Nessuno spostamento di truppe, nessun assalto alla baionetta, nessun inutile spargimento di sangue: queste desuete consuetudini appartengono al passato, alla guerra di movimento, ai generali Lee e Grant. I soldati in questo nuovo milieu sono infatti completamente inutili, anacronistici, e nella post-modernità il loro ruolo viene ridicolamente interpretato da una massa amorfa di consumatori, di homines videntes incapaci anche solo di allacciarsi le scarpe - figuriamoci di combattere – di opportunisti appiattiti su un unico smisurato onnicomprensivo credo: il successo di sé stessi, ossia, dato che stiamo parlando di replicanti, dell’impostura conformistica, della banalità più grossolana, del pretto stereotipo universale. Se ci si fermasse però a considerare solamente questi aspetti della questione – assai epidermici - sembrerebbe di avere a che fare con esseri che hanno sì rigettato qualsivoglia attributo qualitativo ma che d’altra parte, ipso facto, hanno conquistato, guadagnandosele tramite un sacrificio valutato con estrema leggerezza, pace e sicurezza. Costoro quindi, accettando per il proprio benessere materiale di ridursi a nient’altro che a dei numeri - fondamentalmente indifferenti (e, se non si stesse parlando di cifre, imbelli e perfino vigliacchi) - hanno automaticamente abbracciato le cause progressista e pacifista facendosi volentieri persuadere che l’organizzazione sociale nella quale “vivono” sia la migliore possibile*. Il loro io particolare per la cui affermazione è sempre lecito lottare si è infatti arreso e trasformato in una meschina oleografia, un io di massa che deve necessariamente, per dare un senso almeno fittizio alla propria misera permanenza su questo pianeta, prevalere brutalmente sulle altre innumerevoli copie generate dalla matrice collettiva.
Il conflitto risulta quindi essere non solo generale e mediatico, ma anche localizzato all’interno di ciascun essere umano, mentre la “pace esteriore” perpetua, promessa e presentataci quotidianamente dalla propaganda di regime come un fatto concreto e inoppugnabile, si è abbinata contestualmente a un’altrettanto eterna ma ovviamente meno pubblicizzata “guerra interiore”. “Guerra interiore” che ha generato e sta generando le stesse identiche distruzioni di un tangibile conflitto civile.
L’alto comando
E’ evidente quindi che questo meccanismo perverso e alienante permette di offrire agli io massa (frustrati per aver messo in pratica una scelta a dir poco suicida) un falso bersaglio, un innocuo – per l’attuale potere - capro espiatorio: ovvero gli io stessi. Ciascun atomo dell’amalgama globalizzato infatti, nonostante gli sia impedito di partecipare attivamente alla guerra civile virtuale, è impegnato quotidianamente in una personale, cruenta, battaglia contro sé stesso e la sua unicità (che si riverbera ovviamente anche nei rapporti - altrettanto violenti - con l’irripetibilità del prossimo) e che lo porta a scambiare la sempre più preponderante morte esistenziale per mera placidità se non, addirittura, nei casi più estremi, per amabilità. E’ in atto quindi a livello microscopico ciò che a livello macroscopico vediamo tutti i giorni in televisione o al computer.
La moderna guerra civile allora, rilevata questa sua connotazione squisitamente assolutistica che riguarda sia la bassa manovalanza militare (tutti coloro incapaci di rendersi conto delle devastanti operazioni belliche portate avanti contro sé stessi) che l’alto comando (l’elite polito-finanziaria), non potrà essere altro che sfacciata e volgarissima lotta per il potere, una zuffa tra masnadieri per ottenere il privilegio di guidare verso il baratro infranaturale chiunque si lasci incantare dalle accattivanti sirene dell’attuale regime trans-politico. Chi si vuole colpire, in un tale conflitto bellico, sono infatti esclusivamente gli ufficiali dei due schieramenti in contrasto e finanche – se possibile – i loro comandanti in capo, le uniche persone, queste appartenenti ai due stati maggiori, ancora capaci di ragionare e quindi anche di condurre convenientemente una evoluta guerra civile. Dei “soldati” irenici summenzionati nessuno giustamente si dà pensiero, dato che questi sarebbero persino disposti a pagare pur di vendersi per una manciata di successo e notorietà al vincitore della contesa nazionale, oggi nel pieno del suo svolgimento pluridecennale.
Gli ultimi caduti
Abbiamo quindi osservato in questi ultimi mesi di “vita politica” un’alternarsi nell’arena mediatica di filmati piccanti, di sconcezze assortite e di testimonianze virtuali atte a danneggiare l’immagine dei protagonisti coinvolti nella moderna guerra civile italiana: prima il caso Berlusconi, con protagoniste la prostituta minorenne napoletana e le sue degne epigoni, poi il caso Boffo, invischiato in una squallida storia di stalking omosessuale, sorprendente boutade a cui in seguito si è voluto ribattere con la storia Marrazzo, condita come tutti ben sappiamo da spacciatori e grottesche frequentazioni transgenders; infine, come ciliegina sulla torta, proprio alcuni giorni fa è venuto fuori un nuovo filmato che ritrae in stretta intimità Alessandra Mussolini e Roberto Fiore. A questo punto anche all’osservatore meno attento non potrà sfuggire la concatenazione di questi eventi, la ferrea deliberata volontà di uccidere l’immagine pubblica dei generali e dei relativi famigli invischiati nelle operazioni belliche. E si badi bene, finora abbiamo considerato soltanto i casi più clamorosi dell’ultimo periodo. Basta infatti tornare indietro nel tempo con la mente per accorgersi di come qui non solo ci si trovi di fronte a una vera e propria faida (di cui quella mafiosa è solo la mediocre caricatura) ma come il codice di Hammurabi in questo contesto sia tenuto in altissima considerazione.
A noi dunque, giunti alla fine di questo intervento, dispiace soltanto che l’attuale guerra civile non venga apertamente palesata dai due gruppi in lotta: la consapevolezza di far realmente parte di uno dei due schieramenti, o anche di un terzo – chi può dirlo? - potrebbe in fondo rappresentare l’unico modo per organizzarsi e valorizzare con coraggio quel poco che ancora vale la pena salvaguardare.
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*E allora, giustamente, ciascuno di essi si potrà domandare: "Perché combatterla? L’io particolare ha sempre torto, dunque se proprio bisogna opporsi a qualcosa, a qualcuno, si combatta la propria singolarità e la si trasformi nell’ennesimo duplicato del protagonista di un romanzo Harmony".
(Orson Welles; The pic-nic scene; Lady from Shanghai; 1947)





