lunedì 30 novembre 2009

La moderna guerra civile





"«Guerra civile» se non cesserà «la persecuzione giudiziaria» contro Berlusconi. Avvertimento alla magistratura «eversiva» che indaga o processa il premier per far cadere il governo. Palazzo Chigi smentiva, ieri sera, le espressioni - da far tremare i polsi - attribuite al Presidente del Consiglio da chi partecipava all’Ufficio di presidenza del Pdl".
(Ninni Andriolo; Berlusconi all'assalto dei Pm: vogliono la guerra civile; L'Unità; 27/11/2009)


Le armi

Stando ai fatti, in realtà, è ben più di mezzo secolo che qui in Italia due opposti potentati si affrontano in quella che non è assolutamente errato definire “guerra civile”. Peculiarità di questo conflitto, ormai in questi ultimi mesi talmente esasperato da essere sotto gli occhi di tutti, è quella di svolgersi interamente a livello mediatico, spettacolare. Un tempo esclusivamente con i giornali e la radio, oggi anche con la televisione e internet, la vita o la morte di un personaggio pubblico venivano e sono tuttora decretate dalla sapiente diffusione (oppure dall’abolizione) di una o più notizie immonde che dovessero direttamente riguardarlo. I media vengono dunque usati come obici, come artiglieria pesante capace di colpire, molto spesso in modo “chirurgico” - specie quando si usano proiettili sedicenti “intelligenti”, i due vertici delle fazioni in guerra.


I soldati

Nessuno spostamento di truppe, nessun assalto alla baionetta, nessun inutile spargimento di sangue: queste desuete consuetudini appartengono al passato, alla guerra di movimento, ai generali Lee e Grant. I soldati in questo nuovo milieu sono infatti completamente inutili, anacronistici, e nella post-modernità il loro ruolo viene ridicolamente interpretato da una massa amorfa di consumatori, di homines videntes incapaci anche solo di allacciarsi le scarpe - figuriamoci di combattere – di opportunisti appiattiti su un unico smisurato onnicomprensivo credo: il successo di sé stessi, ossia, dato che stiamo parlando di replicanti, dell’impostura conformistica, della banalità più grossolana, del pretto stereotipo universale. Se ci si fermasse però a considerare solamente questi aspetti della questione – assai epidermici - sembrerebbe di avere a che fare con esseri che hanno sì rigettato qualsivoglia attributo qualitativo ma che d’altra parte, ipso facto, hanno conquistato, guadagnandosele tramite un sacrificio valutato con estrema leggerezza, pace e sicurezza. Costoro quindi, accettando per il proprio benessere materiale di ridursi a nient’altro che a dei numeri - fondamentalmente indifferenti (e, se non si stesse parlando di cifre, imbelli e perfino vigliacchi) - hanno automaticamente abbracciato le cause progressista e pacifista facendosi volentieri persuadere che l’organizzazione sociale nella quale “vivono” sia la migliore possibile*. Il loro io particolare per la cui affermazione è sempre lecito lottare si è infatti arreso e trasformato in una meschina oleografia, un io di massa che deve necessariamente, per dare un senso almeno fittizio alla propria misera permanenza su questo pianeta, prevalere brutalmente sulle altre innumerevoli copie generate dalla matrice collettiva.
Il conflitto risulta quindi essere non solo generale e mediatico, ma anche localizzato all’interno di ciascun essere umano, mentre la “pace esteriore” perpetua, promessa e presentataci quotidianamente dalla propaganda di regime come un fatto concreto e inoppugnabile, si è abbinata contestualmente a un’altrettanto eterna ma ovviamente meno pubblicizzata “guerra interiore”. “Guerra interiore” che ha generato e sta generando le stesse identiche distruzioni di un tangibile conflitto civile.


L’alto comando

E’ evidente quindi che questo meccanismo perverso e alienante permette di offrire agli io massa (frustrati per aver messo in pratica una scelta a dir poco suicida) un falso bersaglio, un innocuo – per l’attuale potere - capro espiatorio: ovvero gli io stessi. Ciascun atomo dell’amalgama globalizzato infatti, nonostante gli sia impedito di partecipare attivamente alla guerra civile virtuale, è impegnato quotidianamente in una personale, cruenta, battaglia contro sé stesso e la sua unicità (che si riverbera ovviamente anche nei rapporti - altrettanto violenti - con l’irripetibilità del prossimo) e che lo porta a scambiare la sempre più preponderante morte esistenziale per mera placidità se non, addirittura, nei casi più estremi, per amabilità. E’ in atto quindi a livello microscopico ciò che a livello macroscopico vediamo tutti i giorni in televisione o al computer.
La moderna guerra civile allora, rilevata questa sua connotazione squisitamente assolutistica che riguarda sia la bassa manovalanza militare (tutti coloro incapaci di rendersi conto delle devastanti operazioni belliche portate avanti contro sé stessi) che l’alto comando (l’elite polito-finanziaria), non potrà essere altro che sfacciata e volgarissima lotta per il potere, una zuffa tra masnadieri per ottenere il privilegio di guidare verso il baratro infranaturale chiunque si lasci incantare dalle accattivanti sirene dell’attuale regime trans-politico. Chi si vuole colpire, in un tale conflitto bellico, sono infatti esclusivamente gli ufficiali dei due schieramenti in contrasto e finanche – se possibile – i loro comandanti in capo, le uniche persone, queste appartenenti ai due stati maggiori, ancora capaci di ragionare e quindi anche di condurre convenientemente una evoluta guerra civile. Dei “soldati” irenici summenzionati nessuno giustamente si dà pensiero, dato che questi sarebbero persino disposti a pagare pur di vendersi per una manciata di successo e notorietà al vincitore della contesa nazionale, oggi nel pieno del suo svolgimento pluridecennale.


Gli ultimi caduti

Abbiamo quindi osservato in questi ultimi mesi di “vita politica” un’alternarsi nell’arena mediatica di filmati piccanti, di sconcezze assortite e di testimonianze virtuali atte a danneggiare l’immagine dei protagonisti coinvolti nella moderna guerra civile italiana: prima il caso Berlusconi, con protagoniste la prostituta minorenne napoletana e le sue degne epigoni, poi il caso Boffo, invischiato in una squallida storia di stalking omosessuale, sorprendente boutade a cui in seguito si è voluto ribattere con la storia Marrazzo, condita come tutti ben sappiamo da spacciatori e grottesche frequentazioni transgenders; infine, come ciliegina sulla torta, proprio alcuni giorni fa è venuto fuori un nuovo filmato che ritrae in stretta intimità Alessandra Mussolini e Roberto Fiore. A questo punto anche all’osservatore meno attento non potrà sfuggire la concatenazione di questi eventi, la ferrea deliberata volontà di uccidere l’immagine pubblica dei generali e dei relativi famigli invischiati nelle operazioni belliche. E si badi bene, finora abbiamo considerato soltanto i casi più clamorosi dell’ultimo periodo. Basta infatti tornare indietro nel tempo con la mente per accorgersi di come qui non solo ci si trovi di fronte a una vera e propria faida (di cui quella mafiosa è solo la mediocre caricatura) ma come il codice di Hammurabi in questo contesto sia tenuto in altissima considerazione.
A noi dunque, giunti alla fine di questo intervento, dispiace soltanto che l’attuale guerra civile non venga apertamente palesata dai due gruppi in lotta: la consapevolezza di far realmente parte di uno dei due schieramenti, o anche di un terzo – chi può dirlo? - potrebbe in fondo rappresentare l’unico modo per organizzarsi e valorizzare con coraggio quel poco che ancora vale la pena salvaguardare.

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*E allora, giustamente, ciascuno di essi si potrà domandare: "Perché combatterla? L’io particolare ha sempre torto, dunque se proprio bisogna opporsi a qualcosa, a qualcuno, si combatta la propria singolarità e la si trasformi nell’ennesimo duplicato del protagonista di un romanzo Harmony".




(Orson Welles; The pic-nic scene; Lady from Shanghai; 1947)

sabato 21 novembre 2009

Le manine invisibili





<< “Il corpo del transessuale Brenda, coinvolta nella vicenda di Piero Marrazzo, è stato trovato carbonizzato a Roma. La trans era all’interno di un appartamento in via Due Ponti. Sul posto gli agenti della polizia scientifica della questura di Roma”
(Ansa; 20 novembre 2009)


La trans politica, quella del comitato trans-versale di fratellanza trans-atlantica, ricatta i politici in modo sistemico; non importa il colore, per la trans-politica – categoria che ha cambiato genere – solo importano le transazioni finanziarie, su cui vigila. Laddove le pedine non oliano, la trans-politica sguinzaglia i suoi sbirri.

Marrazzo non era l’unico ad andare a trans eppure è lui che è stato ricattato. Le ipotesi sono due: potrebbe essere stato preso di mira personalmente per alcune sue politiche, oppure la vicenda potrebbe essere interpretata come uno dei tanti avvertimenti mafiobancari al governo trasversale compreso il governo “ombra” del partito di Marrazzo (PD), per questioni ben più macro.

Più di un dettaglio di tutta la faccenda – adesso che è stato fatto fuori il trans Brenda – dovrebbe aprirci gli occhi, come in un flash, su quanto sia incantato il disco del dopoguerra italiano, un incanto che se evidenziato dovrebbe sortire l’effetto di disincantarci. E magari cambiare disco.

Innanzitutto il luogo del blitz dei carabinieri: Via Gradoli 96, è forse un caso se si tratta proprio del civico della via del covo delle BR al momento del rapimento Moro, ed è un caso se già da allora l’immobile ospita diversi appartamenti gestiti da società facenti capo ai servizi segreti – deviati?

Poi il modo: i carabinieri, è un caso se fanno irruzione in una casa privata di un trans avendo già l’informazione riservata dello scoop, per ricattare ed eventualmente defenestrare politicamente quel politico? E se, pur di ricattarlo, i carabinieri compiono un reato palese e sfrontato, quello della violazione dell’habeas corpus, come avessero le spalle coperte?

Se avessero voluto agire per rendiconto personale, non avrebbero avuto a disposizione tante altre occasioni senza dovere rischiare l’arresto?

Poi, guarda caso, c’era già stato un altro morto, la pedina più importante della partita, Gianguarino Cafasso, l’informatore dei carabinieri che secondo i militari avrebbe girato il filmino di Marrazzo con il trans, e che sarebbe morto di overdose ai primi di settembre, in tempo utile per iniziare un processo nella migliore tradizione italiana dei depistaggi dei nostri principali “misteri”. E infatti la versione dei militari contraddice quella dell’avvocato di Cafasso che afferma il 29 ottobre scorso che il suo cliente gli disse che “quel video gli era stato dato dai carabinieri e che il suo compito era quello di commercializzarlo”. A chi? Al quotidiano degli Angelucci, deputato membro della commissione Finanza della Camera. Ed è davvero un infelice caso che adesso lui non sia più con noi per raccontarci esattamente come siano andate le cose, a chi avrebbe venduto il filmino, e chi altri avrebbe potuto esercitare pressioni politico-finanziarie…

Ora, una coincidenza è una coincidenza, due coincidenze sono un indizio, tre coincidenze rassomigliano a una prova. Ma la prova di cosa, di quale motivazione e per chi?

Sicuramente, l’affaire ruota attorno ai soldi, non quelli del ricatto a Marrazzo, né quelli dati alle trans – sia pur scandalosamente soldi nostri – ma soldi grossi, rendite. Politiche attorno ai soldi-rendite. Come tutto il resto d’altronde.

Allora, ammettendo la prima ipotesi, Marrazzo preso di mira personalmente, spunta tra gli altri un articolo di Repubblica che parla delle grosse rendite della famiglia Angelucci, a capo del gruppo Tosinvest, proprietario de Il Riformista e di Libero, oltre a dodici cliniche private nel Lazio, cui il governatore Marrazzo avrebbe negato ben trenta milioni di euro di finanziamenti (su 85 milioni) in seguito agli arresti domiciliari il 3 febbraio scorso, di Giampaolo Angelucci – il padre Antonio deputato Pdl era scampato all’arresto grazie all’immunità e alla votazione omertosa dei suoi colleghi onorevoli – con l’accusa di associazione a delinquere per truffe al servizio sanitario per 170 milioni di euro tra il 2005 e il 2007.

Su Giampaolo Angelucci, pende anche dal 12 ottobre scorso, la richiesta di processo per finanziamento illecito nel 2005 della lista di Fitto (500000 euro) “La Puglia prima di tutto” – poi diventato deputato di FI – in cambio di appalti sanitari in monopolio di 198 milioni di euro per la gestione di undici residenze sanitarie in Puglia.

Gli Angelucci, acquirenti della Roma, la famiglia fidata cliente di Unicredit, che hanno citato il giornale Repubblica per l’articolo che ipotizzava la connessione Sanità…

Marrazzo, però, ha sicuramente dato fastidio soprattutto per avere iniziato un esperimento inedito in Italia, quello del reddito minimo garantito, cui aveva destinato un fondo di 135 milioni nel triennio 2009-2011.
Probabilmente per reperire i fondi dovette tagliare alcune voci, come appunto quelle della sanità.

Il 4 marzo 2009, infatti, il Consiglio regionale del Lazio approvava la legge “L’istituzione del reddito minimo garantito. Sostegno al reddito per disoccupati, inoccupati e precari”, una misura inedita in Italia, sperimentale, che prevede l’erogazione di una somma fino a 7000 euro l’anno (pari a 580 euro mensili) ai disoccupati, i suboccupati e i precari, residenti nel Lazio. Tale reddito può essere integrato dai comuni con prestazioni gratuite (mezzi pubblici locali, libri di testo scolastici, sport e attività culturali ecc) e agevolazioni per i canoni di locazione. I requisiti? Un reddito inferiore agli 8000 euro annui, una fascia di età compresa tra i 30 e i 44 anni e basta. La condizione dei 24 mesi di iscrizione nelle liste dei disoccupati, aumenta solo i punteggi ma non costituisce una condizione obbligatoria.

Il regolamento attuativo della legge è stato pubblicato il 27 giugno 2009 e lui Marrazzo, è stato “filmato” dal trans ai primi di luglio. Ma è solo un caso.

Marrazzo aveva anche varato un programma casa decennale (2009-2018) molto ambizioso, ad agosto, con 635 milioni di euro oltre a risorse per l’edilizia agevolata (+97 milioni di euro) e per l’emergenza abitativa a Roma (+62,5 milioni), agevolazioni per l’acquisto di case da 150000 euro, con un voucher da 15000 euro messo a disposizione dalla regione, e rate/canoni da 500-550 euro.

Nella relazione sul reddito minimo garantito, si evidenzia come l’Italia e la Grecia siano gli unici paesi senza un reddito minimo garantito, contrariamente al “revenu minimum d’insertion” francese, al “sozialhilfe” austriaco, al “minimex” belga o al “Beistand” olandese, fino ai modelli scandinavi e anglosassoni, e persino alla recente “renta basica” spagnola istituita in diverse regioni; aveva destinato 135 milioni nel triennio 2009-2011 (per il reddito minimo garantito) sicuramente togliendoli da altre voci, e soprattutto affermava frasi come: “Non venderemo i beni della Regione”.

Sarà un caso ma anche Sarah Palin, governatrice dell’Alaska subì un avvertimento-ricatto con un video a sfondo sessuale girato da una sosia in allegra compagnia di un collega del marito, ricatto cui lei non cedette. Lei aveva tutelato un fondo sovrano dell’Alaska, che distribuisce un reddito di cittadinanza ricavato dagli introiti degli investimenti petroliferi del paese, e che nel 2005 è ammontato a un assegno di 845,76 dollari per ogni residente alaskese idoneo, compresi i bambini. In 24 anni di storia del fondo, sono stati erogati un totale di 24775,45 dollari a ogni residente.

Ora questo ricatto sessuale, come non collegarlo anche a tutti i ricatti a sfondo sessuale tentati – e non riusciti – a Berlusconi e come non connetterli a quella mentalità predominante dei banchieri anglosassoniamericani, che se fossero visitati da psichiatri sani di mente verrebbero immediatamente rinchiusi per turbe psichiche gravi. Ad esempio, per la credenza di agire su mandato divino (cfr. Blankfein di Goldman Sachs: “facciamo il lavoro di Dio”) o tutte le altre perversioni sessuali provenienti da certa repressione puritana.

La vicenda Marrazzo è avvenuta contestualmente ai casi ripetuti di “deviazione” e di “sbandamento” delle forze dell’ordine nel giro di poco tempo. Tutti hanno anche in mente l’atroce fine di Stefano Cucchi, ucciso dai maltrattamenti delle forze dell’ordine, dopo essere stato detenuto per piccole quantità di canapa, non dopo avergli presumibilmente prelevato gli organi per l’espianto/trapianto, a pochi giorni di distanza. Ma tutti avranno anche pensato che la brigatista trovata morta suicida proprio a qualche giorno da una sua udienza dove doveva testimoniare, è anch’essa troppo coincidente.

Brenda testimone scomoda degli altarini dei ricatti della lobby finanziaria ai politici, fatta sparire, così come a sua volta sparì opportunatamente la trans al centro dello scandalo di Lapo Elkann: silenzio generale, nessuna o quasi notizia sul net. La solita manina invisibile che nasconde le tracce di un delitto degli Invisibili o che ci annega nei dettagli di apposite distrazioni di massa.

La manina invisibile del transatlantico della trans-politica. Quella che ha cambiato genere e che pecca ogni giorno contro natura>>.


(Nicoletta Forcheri; Il trans-atlantico della trans-politica; Stampa libera; 20/11/2009)


domenica 25 ottobre 2009

L'infelice storia della règia Du Barry







Racconto edificante e surreale per dipinti böckliniani







Un satiro, ispirato dai suoi sensi, immagina Madame Du Barry.







Crocicchio di simulacri.






Il Satiro si addormenta e sogna. Madame Du Barry.






Arrivo a destinazione.






I Galli si alleano ai Cesenati e rapiscono Madame Du Barry.






Galli in azione.







Sedotta da un Gallo.






Madame Du Barry si metamorfa in Gallo e comincia a starnazzare.






Quotidianamente, dopo il tramonto, Madame Du Barry onora il mondo delle ombre.






Postribolo cesenate.






L'invito (Commozione).






Madame Du Barry concede i suoi favori a un cesenate.






Seconda trasmutazione e strage delle ultime virtù.






Madame du Barry diventa popolare.






La Du Barry si compiace del suo nuovo stato.






La popolarità della Nobildonna continua irrefrenabilmente a crescere.






Trionfo su Mostro marino.






Madame du Barry tenta inutilmente di circuire la sua Coscienza.






Il Saggio osserva in disparte.






Ricorrente arrivo del Re, che rampogna la Cortigiana per la sua condotta riprovevole.






Il Re viene corrotto dalla Du Barry e dal suo successo.






Madame Du Barry ritorna a casa sopra un cavallo magico donatole dai suoi amanti.







Il Cavallo magico rivela il suo artificio e, valicato il confine del regno di cui è somma Meretrice, usa violenza alla sua Signora.






La Contessa si ferisce e medita la vendetta.






"Date fuoco alla casa".






Fuga della corte dal palazzo reale in fiamme.






Rovine.






Tra i ruderi (Sogno o son desto?).



martedì 20 ottobre 2009

Cosa ci insegnano a scuola





"Ho insegnato per trent'anni in alcune delle peggiori scuole a Manhattan, e in alcune delle migliori, e durante questo periodo sono diventato un esperto in noia. La noia era ovunque nel mio mondo, e se chiedevi ai ragazzi, come facevo spesso, perché si sentissero così annoiati, davano sempre le stesse risposte: dicevano che il lavoro era stupido, che non aveva senso, che lo sapevano già. Dicevano di voler fare qualcosa di reale, non solo starsene seduti senza far nulla. Dicevano che gli insegnanti non sembravano saperne molto delle loro materie e chiaramente non erano interessati ad impararne di più. E i ragazzi avevano ragione: gli insegnanti erano annoiati tanto quanto loro.

La noia è la condizione comune degli insegnanti, e chiunque abbia passato del tempo in un'aula insegnanti può garantire che vi si possano trovare scarsa energia, lagnanze, e abbattimento. Alla domanda perché si sentissero così annoiati, gli insegnanti erano soliti incolpare i ragazzi, come c'era da aspettarsi. Chi non si annoierebbe ad insegnare a dei ragazzi che sono maleducati ed interessati solo ai voti? Ammesso che li interessino almeno quelli. Ovviamente, gli insegnanti sono loro stessi un prodotto degli stessi dodici anni di programmi didattici coercitivi che tanto annoiano i loro studenti, e il tutto mentre il personale scolastico è intrappolato in strutture persino più rigide di quelle imposte ai ragazzi. Allora, chi dobbiamo incolpare?

Tutti noi. Me lo ha insegnato mio nonno. Un pomeriggio, quando avevo 7 anni, mi lamentai con lui della noia, e lui mi picchiò violentemente sulla testa. Mi disse che non avrei dovuto usare mai più quel termine in sua presenza, e che se ero annoiato era colpa mia e di nessun altro. L'obbligo di divertirmi ed istruirmi era del tutto mio; le persone che non lo sapevano erano infantili, da evitare, se possibile. Certamente persone a cui non prestare fiducia. Quell'episodio mi curò dalla noia per sempre, e qua e là nel corso degli anni fui in grado di trasmettere la lezione a qualche notevole studente. Ma in generale, trovai futile mettere in discussione la nozione ufficiale che la noia e l'infantilità fossero lo stato naturale nella classe. Spesso dovetti sfidare le consuetudini, e persino piegare la legge, per aiutare i ragazzi ad uscire da questa trappola.

L'impero ha colpito ancora, naturalmente; gli adulti infantili uniscono regolarmente l'avversione con la slealtà. Una volta tornai da un periodo di congedo da malattia per scoprire che tutte le prove che la scuola mi aveva concesso il permesso di assenza erano state distrutte di proposito, che il mio lavoro era finito, e che non possedevo più nemmeno una licenza di insegnamento. Dopo nove mesi di tormentati sforzi fui in grado di riavere la licenza quando una segretaria scolastica testimoniò di aver visto svolgersi il complotto. Nel frattempo la mia famiglia soffrì più di quanto vorrei ricordare. Quando finalmente andai in pensione, nel 1991, avevo ragioni più che sufficienti per considerare le nostre scuole - con la loro reclusione forzata a lungo termine a mo' di prigione sia degli insegnanti che degli studenti – come a effettive fabbriche di infantilità. Ma onestamente non riuscivo a capire perché dovesse essere così. La mia esperienza mi aveva rivelato quel che, indubbiamente, molti altri insegnanti apprendono col tempo ma tengono per se, temendo rappresaglie: se volessimo, potremmo facilmente ed economicamente liberarci di strutture vecchie e stupide ed aiutare i ragazzi a prendere un'educazione piuttosto che meramente ricevere un'istruzione [Gatto sta usando qui un verbo mai usato con "education" in inglese: invece di dire il solito "to get an education", lui sta usando il verbo attivo "to take an education", in violento contrasto con il "merely receive a schooling" che viene dopo. Sta sottolineando che spetta sempre agli studenti educare se stessi, ndt]. Potremmo incoraggiare le migliori qualità della gioventù - curiosità, avventura, determinazione, capacità di intuizioni sorprendenti - semplicemente con una maggiore flessibilità sul tempo, i test ed i compiti, facendo conoscere ai ragazzi degli adulti davvero competenti in questo o quel settore della società, e dando ad ogni studente quell'autonomia di cui ha bisogno per poter anche rischiare, qualche volta.

Ma non lo facciamo. E più chiedevo perché no, persistendo nel pensare al "problema" dell'istruzione come farebbe un ingegnere, più mancavo il punto: e se non ci fosse alcun "problema" con le nostre scuole? E se esse fossero come sono, così costosamente contraddicenti il senso comune e una lunga esperienza nel modo in cui i bambini imparano le cose, non perché stiano facendo qualcosa di sbagliato, ma perché stanno facendo quel che devono? È possibile che George W. Bush abbia accidentalmente detto la verità quando dichiarò che non avremmo "lasciato indietro nessun bambino" (1)? Potrebbe essere che le nostre scuole siano progettate per assicurarsi che nessuno possa mai davvero diventare grande?

Abbiamo davvero bisogno della scuola? Non intendo l'educazione, ma solo l'istruzione forzata: sei classi al giorno, cinque giorni alla settimana, nove mesi all'anno, per dodici anni. E' davvero necessaria questa routine mortale? E se lo è, per quale scopo? Non nascondetevi dietro il "leggere, scrivere e far di conto" come se fossero una ragione, in quanto 2 milioni di felici ragazzi che studiano a casa hanno sicuramente messo fine ad una tale banale giustificazione. Anche se non lo avessero fatto, un numero considerevole di ben noti Americani non è mai passato nel compressore di dodici anni che attraversano ora i nostri ragazzi, e tutti loro si sono rivelati persone per bene. George Washington, Benjamin Franklin, Thomas Jefferson, Abraham Lincoln? Qualcuno insegnò loro, certo, ma non erano prodotti di un sistema scolastico, e nessuno di loro è mai stato "diplomato" in una scuola secondaria. Durante la maggior parte della storia americana, generalmente i ragazzi non andarono alla scuola superiore, ma i non-scolarizzati ascesero fino ad essere ammiragli, come Farragut; inventori, come Edison; magnati dell'industria, come Carnegie e Rockefeller; scrittori, come Melville e Twain e Conrad; e persino studiosi, come Margaret Mead. Infatti, fino ad un periodo relativamente recente, le persone che raggiungevano l'età di 13 anni non erano più considerate come fanciulli. Ariel Durant, co-autrice insieme a suo marito Will di una enorme ed ottima storia del mondo multi-volume, era felicemente sposata a quindici anni, e chi potrebbe ragionevolmente affermare che Ariel Durant era una persona non-educata? Non istruita, forse, ma non non-educata.

In questo paese ci hanno insegnato (ossia, istruito) a pensare al "successo" come ad un sinonimo, o almeno come dipendente, dalla "istruzione", ma storicamente non è vero né in senso intellettuale, né economico. E molte persone nel mondo di oggi trovano un modo per educarsi senza ricorrere ad un sistema coercitivo di scuole superiori che troppo spesso ricorda le prigioni. Perché, dunque, gli Statunitensi confondono l'educazione proprio con un tale sistema? Qual'è esattamente lo scopo delle nostre scuole pubbliche?

L'istruzione di massa coercitiva ha affondato i denti negli Stati Uniti tra il 1905 e il 1915, nonostante fosse stata concepita molto prima e promossa per la maggior parte del diciannovesimo secolo. La ragione data per questo enorme sconvolgimento della vita famigliare e delle tradizioni culturali era, grosso modo, triplice:

-Creare delle buone persone.
-Creare dei buoni cittadini.
-Fare di ogni persona il suo meglio personale.

Questi obbiettivi vengono regolarmente tirati fuori ancora oggi, e la maggior parte di noi li accetta in una forma o nell'altra come una definizione decente di scopo dell'educazione pubblica, sebbene le scuole non li raggiungano. Siamo in torto marcio. Ad aggravare il nostro errore c'è il fatto che la letteratura nazionale registra numerose e sorprendentemente consistenti dichiarazioni del vero scopo della scuola dell'obbligo. Abbiamo, per esempio, il grande H. L. Mencken, che scrisse su The American Mercury nell'aprile 1924 che lo scopo dell'educazione pubblica non è

colmare di conoscenza i giovani della specie e svegliare la loro intelligenza... Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. Lo scopo... è semplicemente ridurre quanti più individui possibile allo stesso livello di sicurezza, per alimentare ed addestrare una cittadinanza standardizzata, per reprimere il dissenso e l'originalità. Questo è lo scopo negli Stati Uniti... ed è lo scopo in ogni altro posto.

A causa della reputazione di Mencken come autore satirico, potremmo essere tentati di scartare questo brano come una forma di sarcasmo iperbolico. Il suo articolo, comunque, va avanti facendo risalire il modello per il nostro sistema educativo fino all'oramai scomparso, sebbene mai da dimenticare, stato militare della Prussia. E nonostante egli fosse certamente consapevole dell'ironia che eravamo da poco stati in guerra con la Germania, erede del pensiero e della cultura di Prussia, Mencken era del tutto serio in questo punto. Il nostro sistema educativo è davvero prussiano in origine, e questo è davvero un motivo di preoccupazione.

Lo strano fatto di una provenienza prussiana delle nostre scuole rispunta ancora e ancora quando sai di poterla cercare. William James alluse ad essa molte volte, all'inizio del secolo. Orestes Brownson, l'eroe del libro di Christopher Lasch risalente al 1991, The True and Only Heaven, già negli anni '40 dell'800 denunciava pubblicamente la prussianizzazione delle scuole americane. Il "Settimo Rapporto Annuale" di Horace Mann al Consiglio per l'Educazione dello Stato di Massachusetts, nel 1843, è essenzialmente un peana alla terra di Federico il Grande e un appello ad importare qui la sua scuola. Che la cultura prussiana si profilasse enorme negli Stati Uniti non sorprende, data la nostra remota associazione con quello stato utopico. Un Prussiano prestò servizio come aiutante di campo del comandante in capo George Washington durante la Guerra Rivoluzionaria (2), ed erano talmente tante le persone che parlavano tedesco stabilitesi qui che nel 1795 il Congresso considerò di pubblicare un'edizione in lingua tedesca delle leggi federali.
Ma quel che scuote è che abbiamo così entusiasticamente adottato uno dei peggiori aspetti della cultura prussiana: un sistema educativo deliberatamente ideato per produrre intelletti mediocri, per frustrare la vita interiore, per negare agli studenti doti apprezzabili di leadership, e per assicurarsi cittadini docili ed incompleti - tutto per rendere la popolazione "gestibile".

Fu grazie a James Bryant Conant - presidente di Harvard per vent'anni, specialista di gas velenoso durante la prima guerra mondiale, un direttore del progetto per la bomba atomica durante la seconda guerra mondiale, alto commissario della zona statunitense in Germania dopo il conflitto, e una delle figure realmente più influenti del ventesimo secolo - che ebbi sentore dei veri scopi dell'istruzione Usa. Senza Conant, probabilmente non avremmo lo stesso stile e grado di test standardizzati di cui godiamo oggi, né saremmo benedetti con gargantuesche scuole superiori che immagazzinano dai 2.000 ai 4.000 studenti alla volta, come la famosa Columbine High School a Littleton, Colorado (3). Poco dopo che mi ritirai dall'insegnamento, presi in mano il libro di Conant del 1959, The Child the Parent and the State (4) e fui più che un po' intrigato dal vederlo menzionare di sfuggita che le scuole moderne da noi frequentate sono il risultato di una "rivoluzione" architettata tra il 1905 e il 1930. Una rivoluzione? Evita di approfondire, ma indirizza i curiosi e gli ignari al libro di Alexander Inglis del 1918, Principles of Secondary Education, in cui "si vide questa rivoluzione con gli occhi di un rivoluzionario".

Inglis, il cui nome è stato dato ad un corso di conferenze ad Harvard, rende perfettamente chiaro che l'istruzione coercitiva in questo continente era intesa ad essere esattamente quel che era stata per la Prussia negli anni '20 dell'800: una quinta colonna nel movimento democratico in ascesa che minacciava di dare ai contadini e ai proletari una voce nel tavolo delle trattative. L'istruzione moderna, industrializzata, e obbligatoria doveva eseguire una sorta di incisione chirurgica nella potenziale unità di queste sotto-classi. Dividere i bambini per materie, e per età, con moltissime valutazioni mediante i test, e con molti altri mezzi più subdoli, ed
era improbabile che una massa ignorante di esseri umani, separati nell'infanzia, si sarebbe mai reintegrata in una pericolosa unità.

Inglis scompone lo scopo - il vero scopo - dell'istruzione moderna in sei funzioni di base, ognuna delle quali è sufficiente a far drizzare i capelli di quelli abbastanza innocenti da credere ai tre obbiettivi dichiarati esposti in precedenza:

1) La funzione aggiustativa o adattativa. Le scuole devono fondare delle abitudini fisse di reazione all'autorità. Questo, ovviamente, preclude del tutto il giudizio critico. Inoltre, ciò distrugge l'idea che dovrebbe essere insegnato del materiale utile od interessante, perché non puoi fare dei controlli dell'obbedienza riflessiva finché non sai di poter far imparare, e far fare, ai ragazzi cose folli e noiose.

2) La funzione integrativa. Questa potrebbe essere chiamata "la funzione di conformità", perché il suo intento è rendere i bambini quanto più simili possibile. Le persone che si conformano sono prevedibili, e questo è di grande utilità a quelli che desiderano bardare e manipolare un'ampia forza lavoro.

3) La funzione diagnostica e direttiva. La scuola deve determinare l'adeguato ruolo sociale di ogni studente. Ciò viene fatto registrando prove matematiche e aneddotiche su registri cumulativi. Come nel "tuo schedario permanente". Sì, ne hai uno.

4) La funzione differenziativa. Una volta che il loro ruolo sociale è stato "diagnosticato", i bambini vanno divisi per ruolo e addestrati solo quanto merita la loro destinazione nella macchina sociale - e non un attimo di più. Ecco il "meglio personale" dei ragazzi.

5) La funzione selettiva. Essa non si riferisce affatto alla scelta umana, ma alla teoria della selezione naturale di Darwin applicata a quelle che egli chiamò "le razze favorite". In breve, l'idea è far procedere le cose tentando coscientemente di migliorare il bestiame da riproduzione. Le scuole devono marcare gli inadatti - con voti bassi, corsi di recupero, ed altre punizioni - abbastanza chiaramente che i loro compagni li accetteranno come inferiori e li interdiranno dalle lotterie riproduttive. Ecco a cosa servono tutte quelle piccole umiliazioni dalla prima elementare in su: acqua per lavare via lo sporco.

6) La funzione propedeutica. Il sistema societario implicato da queste regole richiederà un gruppo elitario di guardiani. A quel fine, ad una piccola frazione di ragazzi sarà silenziosamente insegnato come gestire questo progetto continuo, come osservare e controllare una popolazione deliberatamente istupidita e a cui sono stati tolti gli artigli in modo che il governo possa procedere senza contestazioni e le aziende non debbano più preoccuparsi di come avere una classe lavoratrice obbediente.

Questo, sfortunatamente, è lo scopo dell'educazione pubblica coercitiva in questo paese. E se credete che Inglis fosse un maniaco isolato con una posizione fin troppo cinica sull'industria educativa, dovreste sapere che non era affatto solo nel sostenere queste idee. Lo stesso Conant, basandosi sulle idee di Horace Mann ed altri, si batté senza sosta per un sistema scolastico statunitense ideato sulle stesse direttive. Uomini come George Peabody, che finanziò la causa dell'istruzione obbligatoria nel Sud, capirono sicuramente che il sistema prussiano era utile nel creare non solo un elettorato inoffensivo e una forza-lavoro servile, ma anche un gregge di consumatori idioti. Col tempo molti giganti dell'industria giunsero a riconoscere gli enormi profitti possibili coltivando e badando proprio ad un tale gregge mediante l'educazione pubblica. Tra di loro: Andrew Carnegie e John D. Rockefeller.

Eccoci. Ora lo sapete. Non abbiamo bisogno del concetto di guerra tra le classi di Karl Marx per vedere che istupidire le persone, demoralizzarle, dividerle le une dalle altre e scartarle se non si conformano è tutto negli interessi del complesso gestionale, economico e politico. La nozione di 'classe' può essere adottata come la base della proposta, come quando Woodrow Wilson, allora Presidente dell'Università di Princeton, disse quanto segue all'Associazione degli Insegnanti Scolastici della città di New York nel 1909: "Vogliamo una classe di persone che abbia un'educazione liberale, e vogliamo un'altra classe di persone, una classe molto più ampia, necessariamente, in ogni società, che rinunci ai privilegi di un'educazione liberale e si conformi a eseguire specifici ed impegnativi compiti manuali". Ma non è affatto necessario che i motivi dietro le disgustose decisioni atte a creare questi fini siano basati sulla classe. Possono scaturire semplicemente dalla paura, o dall'idea ormai famigliare che la cosiddetta "efficienza" sia la virtù primaria, al posto di amore, libertà, gioia o speranza. Soprattutto, possono scaturire dalla semplice avidità.

C'erano vaste fortune da fare, dopotutto, in un'economia basata sulla produzione di massa e organizzata per favorire le grandi aziende piuttosto che quelle piccole o la fattoria famigliare. Ma la produzione di massa richiede un consumo di massa, e alla volta del ventesimo secolo la maggior parte degli Statunitensi considerava innaturale e poco saggio fare cose di cui non aveva davvero bisogno. L'istruzione coercitiva è stata una manna, in questo senso. La scuola non aveva bisogno di insegnare ai bambini in modo diretto a pensare che avrebbero dovuto consumare non-stop, perché ha fatto qualcosa di ancora meglio: li ha incoraggiati a non pensare affatto. E questo li ha resi bersagli facili per un'altra grande invenzione dell'era moderna - il marketing.

Ora, non dovete aver studiato marketing per sapere che ci sono due gruppi di persone che possono sempre essere convinti a consumare più di quanto abbiano bisogno: i dipendenti [nel senso di "dipendente da qualcosa", come "tossicodipendente" – ndt] e i bambini. La scuola ha fatto un buon lavoro nel trasformare i nostri figli in dipendenti, ma ha fatto un lavoro spettacolare nel trasformare i nostri bambini in bambini. Di nuovo, non è un caso. I teorici da Platone a Rousseau al nostro dottor Inglis sapevano che se i bambini potevano essere rinchiusi con altri bambini, privati di responsabilità ed indipendenza, incoraggiati a sviluppare solo le banalizzanti emozioni di avidità, invidia, gelosia, e paura, cresceranno in età ma non diverranno mai grandi. Nell'edizione del 1934 del suo allora ben noto libro Public Education in the United States (5), Ellwood P. Cubberley spiegò in dettaglio ed esaltò il modo in cui la strategia di progressivi ampliamenti scolastici avesse prolungato l'infanzia da due a sei anni, nonostante l'istruzione obbligatoria fosse ancora una novità. Lo stesso Cubberley — che era decano della Facoltà di Educazione a Stanford University, un curatore di libri di testo alla Houghton Mifflin [notevole casa editrice di testi scolastici – ndt], oltre che amico e corrispondente di Conant ad Harvard — aveva scritto quanto segue nell'edizione del 1922 del suo libro Public School Administration: "Le nostre scuole sono... fabbriche in cui i prodotti grezzi (i fanciulli) devono essere modellati e foggiati... Ed è compito della scuola costruire i suoi alluni secondo le specifiche stabilite".

È perfettamente ovvio dalla nostra società di oggi quali erano quelle specifiche. La maturità è stata bandita da quasi ogni aspetto della nostra vita. Le leggi sul divorzio facile hanno rimosso la necessità di lavorare sulle relazioni; il credito facile ha rimosso la necessità dell'auto-controllo fiscale; il divertimento facile ha rimosso la necessità di imparare a divertirsi; le risposte facili hanno rimosso la necessità di fare domande. Siamo diventati una nazione di bambini, lieti di cedere i nostri giudizi e voleri alle esortazioni politiche e alle lusinghe commerciali che dovrebbero essere un insulto per dei veri adulti. Compriamo televisori, e poi compriamo le cose che vediamo sul televisore. Compriamo computer, e poi compriamo le cose che vediamo al computer. Compriamo scarpe da ginnastica da 150 dollari sia che ne abbiamo bisogno o meno, e quando deperiscono troppo presto ne compriamo un altro paio. Guidiamo SUV e crediamo alla bugia che costituiscano una sorta di assicurazione sulla vita, anche quando siamo capovolti dentro uno di essi. E, peggio di tutto, non battiamo ciglio quando Ari Fleischer [portavoce della Casa Bianca 2001-2003, all'inizio della "guerra contro il terrore" – ndt] ci dice di "essere cauti in quel che diciamo", anche se ricordiamo di aver sentito da qualche parte ai tempi della scuola che l'America è la terra dei liberi. Semplicemente, beviamo anche questa. La nostra istruzione, come progettato, se n'è occupata.

Ora le buone notizie. Una volta che avete capito la logica dietro l'istruzione moderna, i suoi trucchi e le sue trappole sono piuttosto facili da evitare. La scuola addestra i bambini ad essere impiegati e consumatori; insegnateli ad essere leader e avventurieri. La scuola addestra i bambini ad obbedire riflessivamente; insegnate ai vostri figli a pensare criticamente ed indipendentemente. I ragazzi ben istruiti hanno una bassa soglia della noia; aiutate i vostri a sviluppare una vita interna in modo da non essere mai annoiati. Sollecitate i vostri ragazzi a provare del materiale serio, in storia, letteratura, filosofia, musica, arte, economia, teologia - tutto quello che gli insegnanti sanno benissimo evitare. Sfidate i vostri ragazzi con molta solitudine, così che imparino a godere della loro stessa compagnia, a condurre dialoghi interni. Le persone ben istruite sono condizionate a temere la solitudine, e cercano una costante compagnia con la TV, il computer, il telefonino, e con amicizie poco profonde, presto acquisite e presto abbandonate. I vostri figli dovrebbero avere una vita più significativa, e possono averla.

Prima, però, dobbiamo svegliarci riguardo a quel che sono davvero le scuole: laboratori di sperimentazione su giovani menti, centri di addestramento per le abitudini e gli atteggiamenti che richiede la società aziendale. L'educazione coercitiva serve ai bambini solo accidentalmente; il suo reale scopo è trasformali in servi. Non lasciate che anche i vostri figli abbiano delle infanzie estese, anche solo per un altro giorno. Se David Farragut poté prendere il commando da pre-adolescente di una nave da guerra britannica conquistata , se Thomas Edison poté pubblicare un manifesto all'età di 12 anni, se Benjamin Franklin poté impratichirsi ad un tipografo alla stessa età (e poi intraprendere un corso di studi che stupirebbe un senior di Yale oggi), è inesprimibile quello che potrebbero fare i vostri ragazzi. Dopo una lunga vita, e trent'anni nelle trincee della scuola pubblica, ho concluso che il genio è comune come lo sporco. Sopprimiamo il nostro genio solo perché non ci siamo ancora immaginati come gestire una popolazione di uomini e donne educati. La soluzione, penso, è semplice e gloriosa. Lasciare che si gestiscano da soli.
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Note

1. "No Child Left Behind" (NCLB – Nessun bambino lasciato indietro) è il nome di un programma del governo statunitense con lo scopo apparente di aiutare alunni che hanno svantaggi nell'apprendimento. Il Congresso ha votato la legge "No Child Left Behind Act" (Public Law 107-110) nel dicembre 2001. Un piccolo paragrafo (n. 9528) del No Child Left Behind Act creava un dovere sulla parte delle scuole secondarie di fornire l'elenco dei loro allievi ai reclutatori militari quando venga richiesto, con il risultato che alcuni genitori chiamano il programma "No Child Left Unrecruited". Vedi http://www.ed.gov/nclb/landing.jhtml, oppure http://en.wikipedia.org/wiki/No_Child_Left_Behind_Act.

2. Friedrich Wilhelm von Steuben (1730-1794), un veterano dello Stato Maggiore prussiano, nell'estate del '77 incontrò a Parigi il ministro degli esteri della nascente repubblica americana – Benjamin Franklin. Ottenne da questi una lettera di introduzione al comandante in capo dell'Esercito Continentale – George Washington – e da febbraio 1778 era aiutante del generale Washington all'accampamento invernale di Valley Forge. Con la sua conoscenza di guerra e dei metodi di addestramento, von Steuben diventò il padre dell'esercito americano. In seguito suo nome è stato dato a diversi navi di guerra e luoghi negli Usa. Vedi http://en.wikipedia.org/wiki/Friedrich_Wilhelm_von_Steuben.

3. La Columbine High School, nel comune di Columbine vicino a Denver, Colorado, è noto per il "Columbine Massacre" del 20 aprile 1999, un massacro di 12 studenti e 1 insegnante da parte di 2 studenti fortemente armati, che alla fine si uccisero. Vedi http://en.wikipedia.org/wiki/Columbine_High_School_massacre.

4. L'edizione del 1960 è disponibile online gratis in formato TXT, PDF, e DJVU, a http://www.archive.org/details/childtheparentan012902mbp.

5. L'edizione del 1947 è disponibile online gratis in formato TXT, PDF, e DJVU, a http://www.archive.org/details/publiceducationi032029mbp
".

(John Taylor Gatto; ex insegnante dell'anno 1991 della città e dello stato di New York, autore di "The underground history of american education" e "Weapons of mass instruction: a schoolteacher's journey through the dark world of compulsory schooling"; How public education cripples our kids, and why; Against School; 9/2003 Harper's Magazine - Traduzione di Carlo Martini)



(Walt Disney; Education for death; 1943)

martedì 6 ottobre 2009

Lo sapete voi e lo so io





"There is no such thing, at this date of the world's history, as an independent press. You know it and I know it. There is not one of you who dares to write your honest opinions, and if you did, you know beforehand that it would never appear in print. I am paid weekly for keeping my honest opinions out of the paper i am connected with. Others of you are paid similar salaries for similar things, and any of you who would be so foolish as to write honest opinions would be out on the streets looking for another job.
If I allowed my honest opinions to appear in one issue of my paper, before twenty-four hours my occupation would be gone.
The business of the journalist is to destroy the truth; to lie outright; to pervert; to vilify; to fawn at the feet of Mammon, and to sell the country for his daily bread. You know it and I know it and what folly is this toasting an independent press?
We are the tools and vassals of the rich men behind the scenes. We are the jumping jacks, they pull the strings and we dance. Our talents, our possibilities and our lives are all the property of other men. We are intellectual prostitutes".


(John Swinton, caporedattore del "New York Times"; Discorso di congedo dai colleghi tenuto al banchetto in suo onore, presso il New York Press Club, alla vigilia del suo collocamento a riposo; 1914)

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"Non esiste al mondo, in tutta la storia fino ad oggi, qualcosa che si possa definire giornalismo indipendente. Lo sapete voi e lo so io. Non c’è uno solo di voi che osi esprimere le sue vere opinioni, perché sapete già in anticipo che, se lo faceste, non comparirebbero mai sulla carta stampata. Io prendo il mio stipendio settimanale per tenere le mie vere opinioni al di fuori del giornale per il quale lavoro.
Altri fra di noi ricevono la stessa somma per un lavoro simile. Se io autorizzassi la pubblicazione di un'opinione sincera in un numero qualunque del mio giornale, perderei il mio impiego in meno di ventiquattro ore.
La funzione di un giornalista è di distruggere la verità, di mentire radicalmente, di pervertire, di avvilire, di strisciare ai piedi di Mammona e di vendersi egli stesso, di vendere il suo paese e la sua gente per il proprio pane quotidiano. Voi questo lo sapete e io pure, e questo rende il nostro brindisi alla libera stampa una vera e propria assurdità.
Noi siamo gli utensili e i vassalli di uomini ricchi che comandano dietro le quinte. Noi siamo i loro burattini; essi tirano i loro fili e noi balliamo. Il nostro tempo, i nostri talenti, le nostre possibilità e le nostre vite sono di proprietà di questi uomini. Noi siamo delle prostitute intellettuali".



venerdì 2 ottobre 2009

Il Dito e la Luna





"Potrebbe suonare solo come un'omonimia, un cognome strano, uguale al nome di una donna. E che ricorre. Poi il cerchio delle coincidenze comincia a stringersi. E prende corpo l'ipotesi che Benedetto Letizia detto Elio, padre dell'aspirante starlette Noemi, lungi dall'essere mai stato autista di Craxi o militante di Forza Italia o qualsiasi altra boutade messa in circolazione, sia originario dello stesso ceppo di Casal di Principe dal quale provengono Franco e Giovanni Letizia, gruppo di fuoco del boss Giuseppe Setola. Lo stesso commando capace di sparare in fronte ed ammazzare sei extracomunitari in un colpo solo per avvertire gli altri che, se si intende trafficare droga in zona, bisogna sottostare alle “regole”. E pagare.

Ma chi è veramente Benedetto-Elio Letizia? Da Castelvolturno all'Agro Aversano fino a Secondigliano, molti lo sanno fin dall'inizio di questa storia. Ma non parlano. Tacciono di fronte ai tanti cronisti venuti da ogni parte del mondo. Però a Enrico Fierro, inviato dell'Unità, qualcuno ha detto: lascia stare, su questa storia meglio non metterci le mani. Bolle, scotta. Il cinquantenne Benedetto Letizia, noto finora al Comune di Napoli (dove è in servizio) più che altro per un vecchio inciampo giudiziario - fu arrestato nel ‘93 nell'ambito di un'inchiesta sulle compravendite di licenze commerciali - per tutti è un uomo tranquillo. E anche la gazzarra di visure camerali e catastali messa su dai giornali, non ha potuto scoprire altro che modesti immobili intestati a Noemi e un paio di società dedite al commercio di profumi. Solo una bufala, allora, la storia della parentela? «Non dimentichiamo - dice un attento osservatore di queste dinamiche - che molto spesso i clan si servono proprio di personaggi “puliti”, o quasi, per tenere i contatti con esponenti delle istituzioni».

A gettare benzina sul fuoco, realizzando la classica “excusatio non petita”, sono poche settimane fa alcuni giornalisti del casertano. Ventiquattr'ore di fuoco, quel 19 maggio. Dopo la cattura in Spagna del boss Raffaele Amato, a Secondigliano un blitz porta in manette quasi cento persone ritenute affiliate agli Scissionisti. In nottata arriva l'arresto a San Cipriano d'Aversa del boss Franco Letizia, uno fra i cento latitanti più ricercati d'Italia. E siamo proprio negli stessi giorni in cui, fra gossip e cronaca, i giornali, le tv e il web sono letteralmente invasi da quel nome: Letizia. Alle 12 e 18 in punto nelle redazioni arriva un lancio Ansa. E' firmato dalla giovane corrispondente casertana Rosanna Pugliese: nessuna parentela - si legge - tra l'arrestato Franco Letizia ed il papà di Noemi, lo affermano «gli inquirenti che operano nel casertano». Che bisogno c'era di quella perentoria smentita, a fronte di una notizia mai data? E soprattutto, perché rifarsi ad un termine generico come “gli inquirenti”, senza precisare se si tratta della squadra mobile, della Procura (di Napoli o di Caserta?) oppure di altre forze dell'ordine?
Un sito locale, Caserta Sette, non perde l'occasione per rilanciare la non-notizia. E con tono stizzito se la prende con chiunque osi pensare che esista quella parentela.

Mentre scriviamo, alla Voce risulta invece che sono in corso indagini top secret alla Procura di Napoli proprio per accertare il possibile collegamento fra i Letizia di Secondigliano (Benedetto detto Elio, ma anche altri suoi stretti congiunti) e il clan Letizia affiliato ai Casalesi. Un legame che, se fosse accertato, nella “vicenda Papi”, spiegherebbe tutto. O quasi. Qualcuno, in Campania ed oltre, sa bene da tempo cosa significa pronunciare alcuni grossi nomi. E perché, se telefona uno con quel nome, se si spinge fino a chiedere a un leader politico di mostrarsi alla nazione intera, intervenendo ad una festa di paese, lui potrebbe essere costretto ad acconsentire. Ma in ossequio alla ragion di stato sarebbe obbligato a far credere - perfino alla moglie e ai figli - che si tratti d'una storia di corna e minorenni, piuttosto che rivelare al Paese e al mondo la verità.

Scrive Fierro sull'Unita' del 22 maggio: «La camorra, soggetto da maneggiare con cura in questa storia. Anche se i tanti set di questo reality non aiutano a tenerla a debita distanza. Secondigliano (il quartiere monstre dove i Letizia hanno alcune loro attività); Portici, la città-quartiere dove vivono Noemi e sua madre, e Casoria, il paesone della festa. In ognuno di questi luoghi i clan hanno un controllo ferreo del territorio. Sanno tutto. Di tutti». In attesa delle conclusioni alle quali giungeranno i pm della Dda, noi qui proviamo a mettere insieme le tessere del puzzle. Che cominciano a combaciare in maniera impressionante. Se risultasse provato il collegamento fra i Letizia, sarebbe allora più realistico immaginare quale sia stato il vero motivo di quell'appuntamento cui il premier, suo malgrado, non poteva mancare, pur avendo cercato con ogni mezzo fin dalla mattina - e poi nelle frenetiche telefonate fatte in quei misteriosi 50 minuti di sosta dentro l'aereo, a Capodichino - di sottrarsi. Alla fine va. E resta per quasi un'ora a colloquio “riservato” - dice chi c'era - con Elio Benedetto Letizia, prima di darsi in pasto ai fotografi.


IL POTERE DI GOMORRA

Troppo forte, il potere d'intimidazione di quella holding multinazionale che, come ci ha raccontato Gomorra, comunica i suoi messaggi attraverso i simboli. L'uomo accusato di essersi portato via la donna di un boss, per esempio, viene crivellato non alla testa o al cuore, ma “mmiez ‘e palle”; quello che ha tradito gli accordi, facendo catturare uno del clan, dovrà essere “incaprettato”, legato come un capretto sul banco della macelleria, e fatto ritrovare nella posa più grottesca e mostruosa che si possa immaginare per un essere umano. Così anche la presenza fisica di una personalità, in certi luoghi ed occasioni, vale più di cento rassicurazioni verbali. Magari arriva a suggello di un condizionamento che durava già da mesi. E del quale la bella - e quasi certamente ignara - Noemi non era che un altro “segnale”. La sua presenza al fianco del primo ministro (come nell'ormai famoso ricevimento di fine anno a Villa Madama) serviva per affermare all'esterno che
il rapporto con gli uomini del napoletano e del casertano stava andando avanti.

Del resto, lo strapotere finanziario raggiunto dalle imprese dei clan camorristici - anche attraverso la presenza di loro vertici nelle logge massoniche coperte - praticamente non ha uguali. Lo ha spiegato poche settimane fa Roberto Saviano agli studenti della Normale di Pisa nel corso di una lezione: nessuna, fra le altre mafie del mondo (russa, cinese o slava che sia) è autonoma rispetto alle cosche italiane. Tutte hanno come modello di partenza Cosa Nostra, ‘Ndrine e Camorra. Ma i gruppi esteri non si sono mai del tutto affrancati: sullo scacchiere internazionale, nei paradisi fiscali, per muovere da un capo all'altro dei continenti denaro, armi, stupefacenti, organi ed esseri umani, devono sempre e ancora in qualche modo “dare conto” ai clan italiani.

Dal punto di vista dell'economia criminale, poi, che interi pezzi dell'Italia siano ormai ricattabili da parte dei clan camorristici, non è una novità. Una holding multinazionale, ma pur sempre malavitosa; forze strutturate e uomini che, pur trovandosi ormai a gestire le leve del potere finanziario (il giro di affari delle mafie, secondo uno studio recente di Confesercenti, è pari a 125 miliardi di dollari l'anno, circa il 7% del Pil nazionale), non rinunciano ai vecchi e collaudati metodi per affermare il loro potere. Un commando di fuoco pronto a sequestrare, a sparare in faccia, tenere in ostaggio magari i figli di un alto esponente politico. Ed è così che possono maturare, per i posti chiave di governo - ad esempio la presidenza di una strategica Provincia o un sottosegretariato - le nomine di personaggi ritenuti già nelle loro stesse zone di origine impresentabili, per i legami con la camorra dei loro uomini più stretti.


MARONI ALLA CARICA

Come s'inscrive, nello scenario che stiamo ipotizzando, l'autentica impennata nella lotta ai clan camorristici impressa nelle ultime settimane da Roberto Maroni, ministro degli Interni, e da Antonio Manganelli, capo della Polizia? «Berlusconi - dice un esperto di intelligence che preferisce restare anonimo - probabilmente sarà presto lasciato al suo destino. Lo dimostra il livello di fibrillazione da cui è stato colto dopo l'episodio di Casoria, gli errori a raffica, le dichiarazioni avventate. A reggere saldamente il timone dello Stato che non si arrende è ora il Viminale, da cui non a caso negli ultimi mesi è partito un pressing senza precedenti nel contrasto ai Casalesi e ai loro alleati, gli Scissionisti di Secondigliano. Operazioni che hanno liquidato quasi interamente il clan Letizia».

L'escalation nella lotta alla malavita organizzata del casertano ha inizio esattamente dopo la strage di Castelvolturno, il 19 settembre dello scorso anno, quando sei nordafricani residenti nella vasta area a rischio della Domiziana, sul litorale di Caserta, vengono massacrati in un raid di camorra teso - si capirà in seguito - a riaffermare il predominio sulla zona del boss dei Casalesi Giuseppe Setola, al cui clan sono affiliati i Letizia. Appena dieci giorni dopo, il 30 settembre, i Carabinieri del comando di Caserta arrestano gli artefici dell'eccidio. Sono Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo ed il ventottenne Giovanni Letizia, già ricercato per un altro omicidio collegato alla connection politica-rifiuti: quello dell'imprenditore Michele Orsi. I militari li sorprendono in due villini di villeggiatura a Quarto, sempre in zona domizia. «Secondo il pentito Oreste Spagnuolo – scriverà Roberto Saviano - Giovanni Letizia quando uccise Michele Orsi indossava una parrucca e ai piedi aveva un paio di Hogan di tela. Poi gli venne fame e andarono a mangiare con Letizia che aveva ancora le scarpe sporche di sangue ma preferiva pulirle con la spugnetta anziché buttarle. Quando il suo capo chiese perché perdesse tempo a lavarle rischiando di essere beccato, Giovanni Letizia gli rispose che Orsi non valeva le sue scarpe». 14 gennaio 2009. In un edificio diroccato di Trentula Ducenta, al confine con il Lazio, finisce la latitanza del boss Giuseppe Setola. Con lui viene fermata la moglie, Stefania Martinelli. Fra il 9 e l'11 marzo la Dda partenopea mette a segno un altro colpo mortale per i Casalesi con l'arresto di altri uomini legati a Franco Letizia, cugino di Giovanni, considerato il reggente del clan. Fra loro anche il trentatreenne Vincenzo Letizia detto ‘o schizzato. 3 aprile 2009. La Mobile di Caserta arresta Armando Letizia, 56 anni. Considerato elemento di spicco del clan, Armando è zio di Giovanni Letizia e padre del latitante Franco. Il cerchio si stringe intorno a quest'ultimo, che sarà tratto in manette il 19 maggio. Ma quella domenica 26 aprile, il giorno dell'arrivo di Berlusconi a Casoria per il compleanno di Noemi, un'altra e più rilevante cattura forse è già nell'aria. All'alba del 29 aprile la Direzione Investigativa Antimafia di Napoli sorprende Michele Bidognetti, fratello del boss Francesco Bidognetti (detenuto al 41 bis eppure ancora in grado - secondo gli inquirenti - di impartire ordini), ma soprattutto parente del collaboratore di giustizia Domenico Bidognetti.

Un gruppo criminale strettamente collegato a quello dei Setola e, quindi, ai Letizia. «Una storia - fanno notare in ambienti giudiziari del casertano - che puzza lontano un miglio di rifiuti. Non va dimenticato che per i Bidognetti questa è stata sempre una fra le più lucrose attività. E che molte operazioni messe a segno recentemente dalle forze dell'ordine nascono dalle rivelazioni su quel maleodorante business rese da una gola profonda del settore come Gaetano Vassallo». Senza contare, su tutto, la presenza degli imprenditori-camorristi del settore rifiuti Michele e Sergio Orsi: il primo ucciso proprio per mano del clan Letizia quando era in procinto di collaborare con la magistratura. Il secondo, arrestato nell'ambito di un'operazione anticamorra di febbraio scorso, era invece stato prosciolto nel 2007 da analoghe accuse. Al suo fianco, come penalista, c'era l'avvocato Ferdinando Letizia dello studio Stellato di Santa Maria Capua Vetere. Casertano, 35 anni, Ferdinando Letizia è anche consigliere comunale a Castelvolturno e capogruppo della lista “Liberamente”, sul cui sito internet si esaltano le gesta del leader Silvio Berlusconi. Il colpo inferto ai trafficanti di rifiuti con l'apertura dell'inceneritore di Acerra, il timore di perdere gli appalti da milioni di euro che ruotano intorno all'affare munnezza, potrebbero insomma essere fattori non del tutto estranei al clima rovente delle ultime settimane.


IL MILAN? ALL'OLIMPIA

Ma torniamo ai segnali. A quegli avvenimenti forse solo in apparenza “curiosi” che avevano preceduto la famosa sera del 26 aprile. Quella domenica a giocare sul campo del San Paolo c'era stata l'Inter. Ma il 22 marzo a Napoli per una sfida di campionato era sbarcato il Milan. Che per la prima volta aveva abbandonato i consueti, sfavillanti hotel del lungomare partenopeo con vista sul golfo, per andare ad alloggiare in una delle più desolate periferie dell'hinterland: Sant'Antimo, Hotel Olimpia. Terra di inceneritori, ecoballe e Cdr. Al confine col triangolo della morte Nola-Marigliano-Acerra. Comune, Sant'Antimo, due volte sciolto per infiltrazioni camorristiche. Area infestata da sversamenti illegali di materiali tossici. E non lontana da quell'agro aversano da cui trae le sue origini il gruppo Setola-Bidognetti-Letizia.

L'Hotel Olimpia rientra nell'impero economico della famiglia Cesaro, che in zona possiede anche l'unico presidio sanitario disponibile per uno fra i territori più densamente popolati d'Italia, il Centro Igea, ed una serie di altre lucrose attività. Leader della famiglia è Luigi Cesaro, deputato Pdl, candidato in pole position per la presidenza della Provincia di Napoli. Sui suoi pregressi legami coi clan della zona si soffermava a lungo (come la Voce ha ricordato nel numero di maggio scorso) la relazione di fuoco redatta dai commissari prefettizi inviati a Sant'Antimo dopo lo scioglimento per camorra del 1991.

Ecco i passaggi chiave. «I collegamenti di taluni degli amministratori con la malavita organizzata - clan Puca e Verde - si estrinsecano attraverso rapporti di parentela e/o cointeressi in attività economiche e patrimoniali». «La cointeressenza in attività economiche si coglie soffermandosi sugli accordi in materia di appalti fra i clan di Pasquale Puca ed il clan Verde, che operano rispettivamente attraverso le cooperative “La Paola” e “Raggio di Sole”, addivenendo in tal modo ad una spartizione dei settori dell'economia locale. Della Cooperativa “Raggio di Sole” è socio il consigliere comunale Antimo Cesaro unitamente ai fratelli Raffaele (legale rappresentante) e Luigi». Ancora: «Lo stesso consigliere Aniello Cesaro risulta citato a comparire dalla Autorità Giudiziaria in ordine a molteplici attività estorsive messe in atto da Pasquale Puca, capo dell'omonimo clan camorristico operante in Sant'Antimo e Casandrino; risulta avere in atto procedimenti per truffa, interesse privato in atti d'ufficio, omissione in atti d'ufficio e peculato». Diciannove anni dopo, di Luigi Cesaro (e del suo “gemello” politico Nicola Cosentino, sottosegretario all'Economia), parla Gaetano Vassallo, come ricorda l'Espresso in un'inchiesta di settembre 2008. E qui tornano le coincidenze. Perché se le verbalizzazioni del pentito dovessero trovare conferma, a favorire l'attività imprenditoriale dei Cesaro non sarebbe stato un clan qualsiasi. Ma il gruppo di Francesco Bidognetti, alias Cicciotto ‘e mezzanotte.


IL BOOMERANG

«Sto pensando di riferire in aula sul caso Letizia. Ma ci devo riflettere». 23 maggio. E' appena scoppiato il caso Mills (la condanna per corruzione dell'avvocato David Mills, che tira il ballo lo stesso premier) e siamo a poche ore da un altro storico annuncio di analogo tenore: «riferirò alla Camera sulla vicenda Mills». Perché, allora, mentre tutti parlano di Mills, lo stesso Cavaliere torna a porre l'accento sulla storia dei suoi rapporti con Noemi Letizia e la sua famiglia? La risposta potrebbe stare tutta in una ricostruzione dei fatti che comincia a circolare a Napoli. E che trae spunto da quelle mezze frasi dette “col cuore in mano” prima dal papà di Noemi («il mio rapporto con Berlusconi? Preferisco non approfondire, siamo legati da un segreto»), poi dalla mamma Anna Palumbo: «non chiedetecelo, non possiamo dire di più...». Dopo la valanga di stridenti contraddizioni abbattutasi sul resoconto che lo stesso Cavaliere aveva voluto rendere negli studi di Porta a Porta (dalla bufala del Benedetto Letizia autista di Craxi, subito sbugiardata dal figlio dell'ex leader socialista Bobo, alle secche smentite di Franco Malvano e Fulvio Martusciello che addirittura - aveva detto il premier a Bruno Vespa - gli erano stati segnalati quella sera da Letizia), ora lo staff del presidente deve mettere a punto una versione inattaccabile. E se colpisse anche i sentimenti, se saltasse fuori una storia di buona sanità, meglio. E' partita così la caccia di alcuni cronisti alle notizie d'agenzia di quel maledetto 29 luglio 2001 quando l'appena diciannovenne Yuri Letizia, fratello di Noemi che in quel periodo prestava servizio militare, perse tragicamente la vita a bordo di una Fiat punto andatasi a schiantare contro gli alberi sulla Salaria. E' stato un articolo di Francesco Lo Sardo sul quotidiano Europa a gettare in campo l'ipotesi: «pare sia stato dopo questa tragica morte - scrive il 15 maggio - che, in qualche modo e per qualche speciale ragione, si sia cementato il legame tra il signor Elio Letizia e Silvio Berlusconi». La ricostruzione potrebbe essere già pronta: «Prima - fa sapere il premier - li lascio andare avanti, perché così si mostrano per quello che sono. E sarà un boomerang tale che si vergogneranno, e perderanno consenso e la stima degli elettori, perché in questa vicenda tutto è più che pulito»
".

(Rosita Praga; Isso, essa e 'a malavita; La Voce delle Voci; 29/5/2009)



(Antonio De Curtis; Zuoccole, tammorre e ffemmene; 'A livella; 1964)

lunedì 21 settembre 2009

Timeo Danaos et dona ferentes





"Il caso più vistoso di riduzione del superman all’everyman lo abbiamo in Italia nella figura di Mike Bongiorno e nella storia della sua fortuna.

Idolatrato da milioni di persone, quest’uomo deve il suo successo al fatto che in ogni atto e in ogni parola del personaggio cui dà vita davanti alle telecamere traspare una mediocrità assoluta unita (questa è l’unica virtù che egli possiede in grado eccedente) ad un fascino immediato e spontaneo spiegabile col fatto che in lui non si avverte nessuna costruzione o finzione scenica: sembra quasi che egli si venda per quello che è e che quello che è sia tale da non porre in stato di inferiorità nessuno spettatore, neppure il più sprovveduto. Lo spettatore vede glorificato e insignito ufficialmente di autorità nazionale il ritratto dei propri limiti.

Per capire questo straordinario potere di Mike Bongiorno occorrerà procedere a una analisi dei suoi comportamenti, ad una vera e propria “Fenomenologia di Mike Bongiorno”, dove, si intende, con questo nome è indicato non l’uomo, ma il personaggio.

Mike Bongiorno non è particolarmente bello, atletico, coraggioso, intelligente. Rappresenta, biologicamente parlando, un grado modesto di adattamento all’ambiente. L’amore isterico tributatogli dalle teen ager va attribuito in parte al complesso materno che egli è capace di risvegliare in una giovinetta, in parte alla prospettiva che egli lascia intravvedere di un amante ideale, sottomesso e fragile, dolce e cortese.

Mike Bongiorno non si vergogna di essere ignorante e non prova il bisogno di istruirsi. Entra a contatto con le più vertiginose zone dello scibile e ne esce vergine e intatto, confortando le altrui naturali tendenze all’apatia e alla pigrizia mentale. Pone gran cura nel non impressionare lo spettatore, non solo mostrandosi all’oscuro dei fatti, ma altresì decisamente intenzionato a non apprendere nulla.

In compenso Mike Bongiorno dimostra sincera e primitiva ammirazione per colui che sa. Di costui pone tuttavia in luce le qualità di applicazione manuale, la memoria, la metodologia ovvia ed elementare: si diventa colti leggendo molti libri e ritenendo quello che dicono. Non lo sfiora minimamente il sospetto di una funzione critica e creativa della cultura. Di essa ha un criterio meramente quantitativo. In tal senso (occorrendo, per essere colto, aver letto per molti anni molti libri) è naturale che l’uomo non predestinato rinunci a ogni tentativo.

Mike Bongiorno professa una stima e una fiducia illimitata verso l’esperto; un professore è un dotto; rappresenta la cultura autorizzata. È il tecnico del ramo. Gli si demanda la questione, per competenza.

L’ammirazione per la cultura tuttavia sopraggiunge quando, in base alla cultura, si viene a guadagnar denaro. Allora si scopre che la cultura serve a qualcosa. L’uomo mediocre rifiuta di imparare ma si propone di far studiare il figlio.

Mike Bongiorno ha una nozione piccolo borghese del denaro e del suo valore («Pensi, ha guadagnato già centomila lire: è una bella sommetta!»).

Mike Bongiorno anticipa quindi, sul concorrente, le impietose riflessioni che lo spettatore sarà portato a fare: «Chissà come sarà contento di tutti quei soldi, lei che è sempre vissuto con uno stipendio modesto! Ha mai avuto tanti soldi così tra le mani?».

Mike Bongiorno, come i bambini, conosce le persone per categorie e le appella con comica deferenza (il bambino dice: «Scusi, signora guardia…») usando tuttavia sempre la qualifica più volgare e corrente, spesso dispregiativa: «Signor spazzino, signor contadino».

Mike Bongiorno accetta tutti i miti della società in cui vive: alla signora Balbiano d’Aramengo bacia la mano e dice che lo fa perché si tratta di una contessa (sic).

Oltre ai miti accetta della società le convenzioni. È paterno e condiscendente con gli umili, deferente con le persone socialmente qualificate.

Elargendo denaro, è istintivamente portato a pensare, senza esprimerlo chiaramente, più in termini di elemosina che di guadagno. Mostra di credere che, nella dialettica delle classi, l’unico mezzo di ascesa sia rappresentato dalla provvidenza (che può occasionalmente assumere il volto della Televisione).

Mike Bongiorno parla un basic italian. Il suo discorso realizza il massimo di semplicità. Abolisce i congiuntivi, le proposizioni subordinate, riesce quasi a tendere invisibile la dimensione sintassi. Evita i pronomi, ripetendo sempre per esteso il soggetto, impiega un numero stragrande di punti fermi. Non si avventura mai in incisi o parentesi, non usa espressioni ellittiche, non allude, utilizza solo metafore ormai assorbite dal lessico comune. Il suo linguaggio è rigorosamente referenziale e farebbe la gioia di un neopositivista. Non è necessario fare alcuno sforzo per capirlo. Qualsiasi spettatore avverte che, all’occasione, egli potrebbe essere più facondo di lui.

Non accetta l’idea che a una domanda possa esserci più di una risposta. Guarda con sospetto alle varianti. Nabucco e Nabuccodonosor non sono la stessa cosa; egli reagisce di fronte ai dati come un cervello elettronico, perché è fermamente convinto che A è uguale ad A e che tertium non datur. Aristotelico per difetto, la sua pedagogia è di conseguenza conservatrice, paternalistica, immobilistica.

Mike Bongiorno è privo di senso dell’umorismo. Ride perché è contento della realtà, non perché sia capace di deformare la realtà. Gli sfugge la natura del paradosso; come gli viene proposto, lo ripete con aria divertita e scuote il capo, sottintendendo che l’interlocutore sia simpaticamente anormale; rifiuta di sospettare che dietro il paradosso si nasconda una verità, comunque non lo considera come veicolo autorizzato di opinione.

Evita la polemica, anche su argomenti leciti. Non manca di informarsi sulle stranezze dello scibile (una nuova corrente di pittura, una disciplina astrusa… «Mi dica un po’, si fa tanto parlare oggi di questo futurismo. Ma cos’è di preciso questo futurismo?»). Ricevuta la spiegazione non tenta di approfondire la questione, ma lascia avvertire anzi il suo educato dissenso di benpensante. Rispetta comunque l’opinione dell’altro, non per proposito ideologico, ma per disinteresse.

Di tutte le domande possibili su di un argomento sceglie quella che verrebbe per prima in mente a chiunque e che una metà degli spettatori scarterebbe subito perché troppo banale: «Cosa vuol rappresentare quel quadro?». «Come mai si è scelto un hobby così diverso dal suo lavoro?». «Com’è che viene in mente di occuparsi di filosofia?».

Porta i clichés alle estreme conseguenze. Una ragazza educata dalle suore è virtuosa, una ragazza con le calze colorate e la coda di cavallo è “bruciata”. Chiede alla prima se lei, che è una ragazza così per bene, desidererebbe di­ventare come l’altra; fattogli notare che la contrapposizione è offensiva, consola la seconda ragazza mettendo in risalto la sua superiorità fisica e umiliando l’educanda. In questo vertiginoso gioco di gaffes non tenta neppure di usare perifrasi: la perifrasi è già una agudeza, e le agudezas ap­partengono a un ciclo vichiano cui Bongiorno è estraneo. Per lui, lo si è detto, ogni cosa ha un nome e uno solo, l’artificio retorico è una sofisticazione. In fondo la gaffe nasce sempre da un atto di sincerità non mascherata; quando la sincerità è voluta non si ha gaffe ma sfida e provo­cazione; la gaffe (in cui Bongiorno eccelle, a detta dei critici e del pubblico) nasce proprio quando si è sinceri per sbaglio e per sconsideratezza. Quanto più è mediocre, l’uomo mediocre è maldestro. Mike Bongiorno lo conforta portando la gaffe a dignità di figura retorica, nell’ambito di una etichetta omologata dall’ente trasmittente e dalla nazione in ascolto.

Mike Bongiorno gioisce sinceramente col vincitore perché onora il successo. Cortesemente disinteressato al perdente, si commuove se questi versa in gravi condizioni e si fa promotore di una gara di beneficenza, finita la quale si manifesta pago e ne convince il pubblico; indi trasvola ad altre cure confortato sull’esistenza del migliore dei mondi possibili. Egli ignora la dimensione tragica della vita.

Mike Bongiorno convince dunque il pubblico, con un esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità. Non provoca complessi di inferiorità pur offrendosi come idolo, e il pubblico lo ripaga, grato, amandolo. Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello.

Nessuna religione è mai stata così indulgente coi suoi fedeli. In lui si annulla la tensione tra essere e dover essere. Egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti".

(Umberto Eco; Fenomenologia di Mike Bongiorno; Diario Minimo; 1961)